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Biblioteca
Civica |
Via Carducci, 33 - 36015 Schio |
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Letture incrociate 2009-2012:
le recensioni delle nostre lettrici.
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Riassunto: Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla. |
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Riassunto: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un'autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall'intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? |
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Le prime righe: |
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| 13/04/2011 | Dopo aver letto all'incirca 70 pagine confesso che non avevo capito niente e non sapevo se continuare con la lettura oppure lasciar perdere. |
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Riassunto: In un ristorante affollato di Tel-Aviv una donna che si finge incinta fa esplodere la bomba che teneva nascosta sotto il suo vestito. Per tutta la giornata il Dottor Amin, israeliano di origini arabe, opera a ritmo da catena di montaggio le innumerevoli vittime di questo ennesimo attentato. Amin si è sempre rifiutato di prendere posizione sul conflitto che oppone il suo popolo d'origine e quello d'adozione. Nel cuore della notte viene richiamato d'urgenza in ospedale dal suo amico poliziotto Naveed che gli annuncia che la moglie è morta e per giunta era lei la donna kamikaze. A questo punto Amin comincia la sua particolare investigazione sulla donna misteriosa che ha vissuto per anni insieme a lui. |
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Le prime righe: |
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| 08/03/2011 | Tel Aviv: un kamikaze si fa esplodere in un ristorante provocando una strage. |
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Riassunto: Siamo in Sardegna. Itriedda Murisca riceve un pacco da un postino impiccione: dentro, direttamente dall’Argentina, c’è un quaderno. Nel quaderno, scritto dalla zia Mintonia Savucco, c’è la storia di una vita in Barbagia, una vita piena di amore e dolore, di gioia e sofferenza, di delitti e vendette, di personaggi indimenticabili ed altri assolutamente crudeli. Dentro, insomma, ci sta la Sardegna primordiale, quella della gente semplice che risponde ad un codice di valori per noi lontanissimo e di conseguenza affascinante, sconvolgente e sorprendente. |
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Le prime righe: |
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| 15/01/2011 | La storia narrata in questo libro si svolge in Barbagia, in Sardegna. |
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| 15/01/2011 | La vicenda è ambientata in Sardegna, nella Barbagia e si snoda attraverso gli ultimi ottanta anni del secolo scorso. Racconta la storia tragica di Mintonia, la vedova del titolo, storia in cui si intrecciano amore, morte, gelosia, vendetta, tradimenti, soprusi e violenze. E anche se ci sono riferimenti storici precisi (ad esempio il fascismo), tuttavia sembra che lì il tempo si sia fermato e che il progresso non abbia minimamente scalfito usi e costumi sedimentati nei secoli. Tutti noi abbiamo apprezzato la straordinaria capacità dell’autore di rendere vivi e palpabili i suoni, i colori, le voci della sua Sardegna in un italiano di grande raffinatezza. Tuttavia, l’abbondante ricorso a dialettismi, a qualcuno di noi ha reso particolarmente faticosa la lettura. Giuliana |
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| 15/01/2011 | Se dovessi condensare in due aggettivi questo romanzo, i primi che mi vengono in mente sono: tragico (nel senso delle più grandi tragedie greche); sublime (per la descrizione della terra sarda e di certi personaggi). Non è stato di facile lettura per l’uso della lingua sarda, ma l’autore non avrebbe potuto fare altrimenti, ai fini della verosimiglianza. Michela |
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Riassunto: Siamo nel 1953, in un quartiere appartato e nebbioso di ex militari ai margini di San Francisco, e tutto nella vita dei Cook parla ancora della guerra: la salute cagionevole di Holland, i ricordi tormentati di lei, le loro abitudini morigerate e un po' grigie. Una vita per il resto normalissima, come sottolinea la voce ammaliante di Pearlie - mentre la sua testa scoppia di pensieri che forse, via via che si disvelano, preferiremmo non ascoltare. Eppure li leggiamo con avidità, rassicurati dal fatto che lei, palesemente, ha intenzione di dirci proprio tutto. Perché, allora, ci sentiamo invadere da un'ansia arcana, da un senso di vertigine e di? Non solo per il susseguirsi di colpi di scena che ci avvincono a ogni riga sino a condurci all'unico finale davvero imprevedibile. Non solo per l'uomo venuto dal passato, per la lettera che colpisce come un pugno, per i terribili segreti che si dischiudono a uno a uno... |
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| 15/12/2010 | Siamo in America, negli anni 50, dopo la guerra e le sue conseguenze. |
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| 12/12/2010 | Il romanzo ha incontrato grande entusiasmo e ha stimolato discussioni animate soprattutto per le tematiche trattate, ma anche per la costruzione dell’intreccio che ricorda un po’ lo stile del thriller. Il ruolo del narratore è affidato ad una donna che, arrivata ad un’età avanzata, rievoca le vicende drammatiche che l’hanno coinvolta. E’ un romanzo d’amore ma anche di guerra e anche se quest’ultima resta sempre sullo sfondo, incombe tuttavia continuamente e determina le vicende umane dei personaggi. Ma forse il tema centrale che percorre tutto il racconto è l’inconoscibilità dell’altro, condensato nella frase di inizio: “Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo”. Giuliana |
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| 29/11/2010 | Questo è un romanzo ricco e avvincente, anche se non di semplice lettura, a causa dei numerosi salti nella memoria della protagonista che è anche la narratrice. Il passato, la memoria diventano a volte spazi geografici, una terra dalla quale la protagonista si sente esiliata o che ha abbandonato volontariamente. |
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Riassunto: Bontà, Bellezza e Verità: sono i dogmi dell'insegnamento di Miss Jean Brodie. Siamo a Edimburgo, negli anni Trenta, Miss Brodie ammette, con candida alterigia, che la sua unica vocazione sono le allieve, e l'unica missione farle diventare "la crème de la crème". Tanto zelo può persino indurla a cercare di trasformare le più dotate in doppi di se stessa e a scegliere una di loro per vivere in sua vece un amore che ritiene improprio soddisfare di persona. Tortuose collusioni psicologiche, tentativi di plagio, una passione repressa e goduta per interposta persona, il rigore calvinista di una crisi di coscienza: il libro è un labirinto psicologico ed insieme un congegno narrativo perfetto. |
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Le prime righe: Le vostre recensioni: |
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| 17/11/2010 | All'inizio la figura di questa insegnante che applica metodi didattici alquanto innovativi per l'epoca mi piaceva. Pensavo a come era coraggiosa tenere lezioni all'aperto, sotto un albero e non all'interno della solita classe; le davo ragione quando asseriva che la cultura non è un riempire di nozioni il cervello delle sue “bambine” ma al contrario è un aprir loro la mente attraverso esempi, ragionamenti. Mi sbagliavo; man man che procedevo nella lettura mi facevo di questo personaggio tutt'altra idea. Secondo il mio parere questa insegnante era solamente abile, furba, perfida, bugiarda e malata di egocentrismo. Abile perchè riusciva a plasmare le menti delle sue allieve; Furba perchè attraverso ragionamenti le manipolava; Subdola perchè con le sue maniere gentili riusciva ad ottenere quel che voleva; Bugiarda perchè si inventava storie d'amore che forse esistevano solo nella sua mente; Malata di egocentrismo perchè quel suo ripetere “fulgente” implica una alta considerazione di se' stessa. Una vera signora, come riteneva di essere, dovrebbe lasciare agli altri di esprimere apprezzamenti, in realtà lei si amava molto, si riteneva quasi perfetta e curava le sue “bambine” per indirizzarle verso un percorso che secondo il suo parere ben si adattava alle loro personalità. Figura alquanto discutibile come insegnante. Il libro in sé non mi ha molto entusiasmato, ma devo dare atto all'autrice del suo modo innovativo di scrivere. Morena |
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| 02/10/2010 | QUANDO ERO UN’OPERA D’ARTE di Eric-Emmanuel Schmitt ha suscitato nel gruppo di lettura commenti molto vivaci e a volte contrastanti. Si tratta di una specie di parabola, quasi una favola moderna, che permette all’autore, ex insegnante di filosofia all’università di Chambery, di trattare con grazia e leggerezza temi di grande attualità e di notevole spessore. In particolare si parla dell’arte contemporanea che dà troppo spazio ai discorsi, ai concetti, alla filosofia dell’arte e troppo poco alle opere. In effetti il ventesimo secolo ha inventato l’artista senza opere, che non fa nulla con le sue mani, al massimo concepisce delle provocazioni. Si tratta di falsi artisti, truffatori che sanno fare molto rumore ma non producono opere e che trovano nei mercanti d’arte il megafono per arrivare a quotazioni assurde. Ma si parla anche della bellezza dei corpi e di quanto si è disposti a pagare per ottenerla. Altro tema che percorre questo romanzo è il rapporto tra l’essere e l’apparire, dove l’essere è sempre molto più complesso di quanto appare ed è un invito a diffidare delle certezze, delle ideologie fisse. Giuliana Cavion |
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| 07/09/2010 | La vicenda si svolge in Messico, dopo la rivoluzione, negli anni 1930-40. Catalina, la protagonista femminile, va in sposa, ancora adolescente, ad un uomo che ha il doppio della sua età, senza scrupoli e che non esita a ricorrere a crimini e a soprusi per perseguire le sue ambizioni politiche. Inizialmente è attratta dalla forte e prorompente personalità del marito e si lascia così plasmare secondo la sua volontà. Lo compiace e lo segue nel suo percorso facendo finta di niente, lasciandosi solo sfiorare dalle voci dei numerosi tradimenti e dei fatti delittuosi del coniuge. Le note di un famoso tango “Strappami la vita” la riscuotono e le fanno conoscere la vera passione, l'amore ma anche, fatalmente e tragicamente, il dolore. Catalina, donna inquieta, istintiva, scaltra, vittima ma inesorabilmente anche complice della crudeltà e della subdola prepotenza del marito. Libro privo di riflessioni interiori, di approfondimenti storici, stilisticamente povero e culturalmente amorale. Nella riunione è stato definito una metafora della società messicana, dove tendenzialmente si tende a sopravvivere; non ho capito però se il messaggio è stato lanciato intenzionalmente dalla scrittrice o semplicemente è il suo modo superficiale di scrivere. Morena |
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| 18/04/2010 | Nella mia scorsa recensione concludevo con una citazione dal Macbeth di Shakespeare; anche ora attingo all’inesauribile repertorio del grande poeta per aprire questo mio pensiero sul romanzo di Michela Murgia.
Ancora una volta sono battute del Macbeth, dove le tre “strane sorelle” (tre streghe) recitano “Fair is foul and foul is fair” “Il bello è brutto e il brutto è bello” e poco dopo Macbeth fa loro eco affermando “So foul and fair a day I have not seen” “Mai ho visto un giorno talmente brutto eppur così bello” A questo passaggio ho pensato leggendo la scena dell’incipit dove Maria, bambina, impasta una torta di fango: “bello come lo sono a volte le cose cattive”, e la cattiveria consisteva nell’aver amalgamato al fango delle formiche vive. Michela |
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| 31/03/2010 | E’ il romanzo di un’amicizia tenacemente e lungamente coltivata ed altrettanto bruscamente interrotta. O meglio, sospesa, visto che per quarantuno anni la comunicazione tra i due amici è completamente assente, ma sotto il fuoco spento delle passioni permangono ancora le braci. A tenere vivide queste braci è il desiderio del protagonista di conoscere la verità su un passato lontano e di vendicarsi del tradimento dell’amico. La seconda parte del romanzo è tutta incentrata proprio su questo incontro che si risolve in un unico, lungo, penetrante monologo del protagonista. E’ un romanzo denso, un autentico capolavoro per la profondità con cui analizza le passioni umane, per la raffinatezza delle descrizioni, per l’impeccabile vivezza dei personaggi. Ha ricevuto grandi consensi da parte del gruppo. Giuliana Cavion |
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| 23/03/2010 | Libro coinvolgente, introspettivo e raffinato. Tratta del sentimento dell'amicizia fra due uomini. Uno, di ricca famiglia , intraprende la carriera militare per tradizione; apprezza ed onora tutto ciò a cui un soldato deve adempiere. L'altro, invece, entra in accademia per scelta obbligata, per ridare lustro alla sua famiglia. Nel suo intimo non sarà mai un vero soldato, la sua sensibilità lo porta ad amare la musica, passione che può rivelarsi pericolosa. Ad un certo punto della loro vita succede un fatto che li coinvolge e li divide. Si ritroveranno, per un'ultima volta, dopo 41 anni, davanti ad un caminetto per analizzare, sezionare in un lungo, tormentato, incalzante e compassato monologo, questa loro amicizia nata quando erano fanciulli, successivamente cresciuta, consolidata, tradita per una donna ma che ancora fatalmente arde come una brace. Tutte le parole sembrano alimentare un fuoco di passioni diverse, dall'amore all'odio e alla fine, quando tutto viene chiarito, si comprende che è tutto inutile. “L'uomo comprende il mondo un po' alla volta e poi muore”. L'autore oltre ad essere molto abile nello sviscerare i sentimenti, colpisce per la sua particolarità nella descrizione . Curiosa è la sua definizione del castello definito “Mausoleo di pietra, dove languono le ossa di intere generazioni....le maniglie delle porte conservano il tremito di una mano, l'emozione di un attimo...” e del bosco, paragonato al cuore dell'uomo, nell'istante ,pieno di mistero, in cui si passa dalla notte al giorno. Un libro certamente da rileggere. Morena |
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| 11/03/2010 | Un libro che non esiterei a definire un “classico” nell’accezione di opera che riesce a parlare agli uomini e alle donne di tutte le epoche. Un libro nelle cui pagine mi sono immersa con particolare piacere, nonostante l’attuale scarsezza di tempo da dedicare alla lettura di svago. Lo stesso piacere che deriva dall’assaporare un brano di musica conosciuto che fa riemergere ad ogni ascolto emozioni già note eppur sempre nuove. Sì, perché pur essendo il primo libro di Marai che ho letto, fin dalle prime pagine ho sentito l’eco di altre opere da me lette ed apprezzate. A parte sprazzi de “Il Bastone a calice” (per la figura della balia, in Marai Nini, ne “Il Bastone a calice” Maria) e di “Rosso Vermiglio”, il primo pensiero è corso a Narciso e Boccadoro di Hesse soprattutto per la contrapposizione tra le due nature dei protagonisti: Henrik razionale, fedele ai valori della cultura della Vienna di fine diciannovesimo secolo, che sceglie di non allontanarsi dal suo castello, quasi come se volesse pietrificare tutto quello in cui ha creduto e che l’ha aiutato a sopravvivere in attesa di quella che lui chiama vendetta e Konrad, spirito libero e artistico, vicino al dionisiaco rappresentato dalla musica, che sceglie di fuggire verso paesi non solo fisicamente ma soprattutto mentalmente lontani. Il richiamo più evidente resta tuttavia quello con “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad (un altro scrittore espatriato), un libro che per me ha un valore particolare, in quanto ha segnato il passaggio da un tipo di lettura superficiale, ignara dei meccanismi che regolano l’opera narrativa, ad una lettura più consapevole e in grado di riconoscere tra le parole il lavoro e la presenza dell’autore. Come nell’opera di Conrad, anche qui i personaggi che intraprendono il viaggio mentale sono immersi nell’oscurità, metafora delle tenebre dell’animo umano che si diffondono anche nella realtà storica. Anche qui c’è un personaggio, Konrad/Kurtz che entra a contatto con “l’orrore” – l’ambiente che agli occhi degli occidentali del secolo scorso appariva selvaggio, privo cioè delle norme su cui si fondava la civiltà da cui provenivano - e ne viene irrimediabilmente contaminato. E’ un’opera a più livelli, postmoderna ante litteram (visto che è stata pubblicata per la prima volta nel 1942), perché accanto alla storia dei tre protagonisti c’è una continua riflessione metaletteraria sul valore e il ruolo delle parole, sull’impossibilità di raggiungere la verità ultima perché tutto è narrazione sempre parziale di un narratore non onnisciente. Dal punto di vista strutturale, la narrazione in terza persona presenta – come in “Cuore di Tenebra” – una cornice esterna collocata al momento dell’incontro tra i due anziani amici dopo quarantun anni (14 agosto, forse del 1939 o più probabilmente del 1940) all’interno della quale si colloca il viaggio nella memoria che è allo stesso tempo un viaggio nell’anima. Ad un certo punto (a pagina 73 dell’edizione Adelphi) si passa bruscamente dal passato remoto e imperfetto al presente storico. Forse l’autore vuole “trascinare” vigorosamente il lettore, perchè partecipi allo sforzo della ricerca della verità, all’interno della lunga scena durante la quale si svolge il monologo del generale, un discorso preparato con precisione maniacale nel corso di quei lunghissimi quarantun anni. Alla fine c’è la rinuncia a tale verità (il generale brucia il diario della moglie senza leggerlo) perché della passione che tanto ha segnato la loro vita (come pure dell’epoca che li aveva plasmati) sono rimaste solamente le braci e alle braci seguirà ben presto la cenere. Sembra di sentire la voce di Shakespeare che nel suo impareggiabile Macbeth dichiara
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| 18/02/2010 | Il racconto si presenta con una struttura a scatole cinesi, nel senso che contiene molte storie correlate tra di loro da una fitta serie di rimandi, analogie, vite parallele. Il tutto è condotto con mano ferma e chiarezza espositiva per cui non restano dubbi sulla comprensione letterale del testo. Ci siamo chieste piuttosto a quali illusioni faccia riferimento il titolo. L’illusione della felicità che si perde un attimo prima di raggiungerla, o appena raggiunta? L’illusione di continuare a vivere in un’opera d’arte? Non per niente una buona parte del libro è incentrata proprio sul cinema che si può considerare la più grande forma artistica di illusione che simula perfettamente la vita vera. Infatti, paradossalmente, uno dei protagonisti vive la sua vita più autentica solo all’interno della finzione cinematografica. Al di fuori di questa, il personaggio vive nell’angoscia di una identità sempre oscillante, sull’orlo dell’annichilimento. Romanzo complesso e appassionante, anche se qualcuna di noi ha avanzato riserve. Giuliana Cavion |
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| 16/02/2010 | Hector
Mann è un attore del cinema muto degli anni '20 con una promettente
carriera. A seguito di un suo criminoso comportamento fugge e vive sotto altre identità in diversi paesi per molti anni anche se tutti lo credono morto. David Zimmer è un docente di letteratura la cui famiglia muore tragicamente in un incidente aereo. Due vite, due mondi doversi in epoche diverse che però si incontreranno. Filo conduttore sarà un libro. D. Zimmer infatti, per superare la sua disgrazia, scrive un libro su H. Mann cogliendone in pieno la personalità e traendone contemporaneamente stimolo per continuare a vivere. La vera storia però di H. Mann, piena di avventura e intrighi, sarà raccontata da una scrittrice in un altro libro che tuttavia non verrà mai pubblicato. Infine un libro, nel contesto di un film di H. Mann, le cui pagine vengono bruciate ad una ad una per far ritornare in vita la propria amata, nonché musa ispiratrice. Speranza o Illusione? Il cinema è illusione, la vita è illusione, il libro stesso è un'illusione. L'unica certezza è l'arte perchè in essa è intrinseca l'illusione stessa. Morena |
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| 16/01/2010 | E’ un romanzo che cattura fin dalle prime pagine per la finezza psicologica con cui l’autore scandaglia quel guazzabuglio di passioni, sentimenti, sogni, paure, vergogne….che è il cuore umano. Tutto ha inizio e tutto ruota intorno ad una storia d’amore alquanto insolita, nella Germania del secondo dopoguerra. A questo tema poi si intreccia anche quello dei campi di sterminio, della responsabilità individuale e collettiva, della funzione della memoria e della Storia, del bisogno di giudicare e al tempo stesso di comprendere. Se un lettore chiede ad un libro la parola definitiva, la verità illuminante, non legga questo romanzo; se invece cerca spunti di riflessione e approfondimento si sentirà gratificato. Giuliana |
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| 16/01/2010 | Quando si tratta di argomenti quali il nazismo, il lager, lo sterminio degli ebrei è inevitabile tracciare una linea netta fra il personaggio buono e cattivo. Anche in questo romanzo c'è un protagonista (femminile) "cattivo" e a dire il vero il personaggio non fa nulla per rendersi simpatico al lettore, anzi è scostante, scorbutico, duro. Hanna, la protagonista, in gioventù è stata guardiana in un lager, ferrea nella disciplina, ubbidiente alle regole ma con un'unica debolezza: prima di mandare a morire i condannati più cagionevoli di salute e che pertanto non potevano lavorare, li teneva con se' per il tempo possibile per farsi leggere dei libri. Hanna infatti è analfabeta ma non lo vuole far sapere a nessuno e questa sua intima vergogna condizionerà in maniera determinante la sua vita e quella delle persone che le saranno accanto. Al termine della guerra, ormai donna sulla trentina, incontrerà un adolescente e intreccerà con lui una relazione che segnerà profondamente l'uomo che lei chiamerà fino all'ultimo "ragazzino". Il romanzo pone molti interrogativi soprattutto su ciò che è giusto o ingiusto, su ciò che è bene sapere o tacere, sull'utilità di conoscere o non conoscere tutti gli orrori avvenuti nei campi di concentamento ma soprattutto pone una domanda "cosa avrei fatto io al suo posto?". E' facile condannare, come è giusto conoscere la verità, ma noi chi siamo per farci giudici di comportamenti di cui conosciamo solo una piccola parte? Verità, giustizia non sempre devono essere gridate al mondo a volte basta solo conoscerle nel proprio cuore. Morena |
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| 05/12/2009 | Memoriale del convento, di Josè Saramago, non è sicuramente un libro da leggere d’estate sotto l’ombrellone. Contenuto e forma richiedono infatti un approccio paziente e un’assunzione in dosi omeopatiche, se si vuole assimilarlo e gustarlo a fondo. E’ stato definito dal gruppo di lettura con vari aggettivi: poetico, faticoso, ridondante, caotico, avvincente, denso, profondo, pesante, concitato, barocco, romantico, triste…… Tutti comunque abbiamo concordato nel definirlo un libro importante e c’è già una di noi (Caterina) che lo sta rileggendo con calma. Colpisce anche in questo libro l’ironia sulfurea, dissacrante che lo percorre quasi da cima a fondo e che ha come bersaglio il potere politico e quello religioso. Giuliana Cavion |
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| 01/12/2009 | Narra la storia della costruzione di un convento, del come e del perchè si è arrivati a voler erigere un nuovo convento.
I tre personaggi, insieme, tenteranno di costruire un uccello volante. La lettura di questo romanzo non è stata facile. L'autore narra con periodi troppo lunghi; in alcuni casi questi sono necessari e di effetto come nel caso della descrizione del corteo regale o delle processioni, ma il più delle volte creano confusione per il lettore perchè intrecciano troppe considerazioni. |
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| 18/10/2009 | Per 3/4 la lettura del libro è piacevole e scorrevole, mentre l'ultima parte è confusa e non ben definita. Forse dipende dal fatto che l'autrice ha impiegato 6 anni per ultimare il romanzo e forse nel frattempo è mutato anche il suo modo di scrivere. I libro è una saga di una famiglia della Basilicata. Vengono evidenziati quelli che si possono considerare i caratteri standard dei meridionali: la sottomissione delle donne al maschio, la rassegnazione, il desiderio del figlio maschio, l'onore, le donne che spettegolano nascoste dietro le finestre e i loro scialli neri... Tutto procede da mille anni sempre nella stessa maniera e questo fatto è in qualche modo rassicurante perchè ogni cosa trova la sua giusta collocazione, ti rassicura in qualche maniera. Ogni cambiamento viene visto sempre con sospetto. Il senso del libro sta forse proprio nel titolo: Gioia, la protagonista, unica voce stonata nel coro in quanto non si sente parte integrante della terra natale, vive le vicende della sua famiglia attraverso i racconti della nonna Concetta, di volta in volta sempre più arricchiti di particolari. E ora, pur essendo trascorso più di un secolo di storia e di vicende che hanno trasformato la realtà, vede che si, in effetti molte cose sono cambiate, ma altre sono le stesse come i pregiudizi, la superstizione, l'onore ..... Oggi è quasi come mille anni fa. Morena |
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