Biblioteca Civica
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Letture incrociate 2009-2012:
le recensioni delle nostre lettrici.

Incontro del 21/05/2011
Leggere Lolita a Teheran

di Azar Nafisi

Riassunto:
Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

Le prime righe:
Nell'autunno del 1995, dopo aver dato le dimissioni dal mio ultimo incarico accademico, decisi di farmi un regalo e realizzare un sogno. Chiesi alle sette migliori studentesse che avevo di venire a casa mia il giovedì mattina per parlare di letteratura. Erano tutte ragazze, dato che, per quanto si trattasse di innocui romanzi, insegnare a una classe mista in casa propria sarebbe stato troppo rischioso. Fra gli studenti maschi, Nima fu l'unico a rivendicare con ostinazione i pro-pri diritti, così acconsentii a passargli il materiale che assegnavo e, di tanto in tanto, a vederci da me per parlare dei libri che stavamo leggendo.

Le vostre recensioni:

 

 

 

Incontro del 02/04/2011
Non lasciarmi

di Kazuo Ishiguro

Riassunto:
Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un'autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall'intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti?

Le prime righe:
Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un'assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre. A quel punto saranno trascorsi quasi esattamente dodici anni. Adesso mi rendo conto che il fatto che io sia rimasta per tutto questo tempo non significa necessariamente che loro abbiano grande stima di me. Ci sono ottime assistenti a cui è stato chiesto di abbandonare dopo appena due o tre anni. E poi me ne viene in mente almeno una che ha operato per oltre quattordici, malgrado fosse un'assoluta nullità. Quindi non ho nessuna intenzione di darmi delle arie. Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell'insieme, lo sono io.

Le vostre recensioni:

13/04/2011

Dopo aver letto all'incirca 70 pagine confesso che non avevo capito niente e non sapevo se continuare con la lettura oppure lasciar perdere.
Ho proseguito e man mano che intuivo qualcosa, il racconto mi angosciava e mi inquietava.
Nel libro c'è spazio anche per una storia d'amicizia e d'amore stroncata da piccole prepotenze da adolescenti, gelosie non manifestate o camuffate da atteggiamenti di superiorità.
Libro fantasioso ma anche fatalmente e crudelmente realizzabile, con una buona analisi dei sentimenti.

Morena

 

Incontro del 26/02/2011
L'attentatrice

di Yasmina Khadra

Riassunto:
In un ristorante affollato di Tel-Aviv una donna che si finge incinta fa esplodere la bomba che teneva nascosta sotto il suo vestito. Per tutta la giornata il Dottor Amin, israeliano di origini arabe, opera a ritmo da catena di montaggio le innumerevoli vittime di questo ennesimo attentato. Amin si è sempre rifiutato di prendere posizione sul conflitto che oppone il suo popolo d'origine e quello d'adozione. Nel cuore della notte viene richiamato d'urgenza in ospedale dal suo amico poliziotto Naveed che gli annuncia che la moglie è morta e per giunta era lei la donna kamikaze. A questo punto Amin comincia la sua particolare investigazione sulla donna misteriosa che ha vissuto per anni insieme a lui.

Le prime righe:
Non ricordo di aver sentito l'esplosione. Forse un sibilo, come il fruscio di una stoffa che viene lacerata, ma non ne sono sicuro. La mia attenzione era rapita da quella specie di divinità intorno alla quale sciamava una turba di devoti, mentre la guardia pretoriana cercava di aprirle un varco fino all'automobile. «Fate passare, per favore. Per favore, scansatevi.» I fedeli sgomitavano per vedere lo sceicco da vicino e sfiorare un lembo del kamis. Il vecchio osannato si voltava ora qua ora là, per salutare un conoscente o ringraziare un discepolo. Nel volto ascetico brillava uno sguardo tagliente come la lama di una scimitarra. Invano ho cercato di divincolarmi dai corpi in estasi che mi stritolavano. Lo sceicco sì è infilato nell'auto, ha agitato dietro il vetro blindato mentre le due guardie del corpo prendevano posto accanto a lui... Poi più niente.

Le vostre recensioni:

08/03/2011

Tel Aviv: un kamikaze si fa esplodere in un ristorante provocando una strage.
Il dott. Amin, cittadino israeliano di origine araba, presta soccorso quale chirurgo fino alla drammatica scoperta che tra i morti c'è la moglie, ritenuta la responsabile dell'attentato.
Da questo momento per il dott. Amin inizia un calvario fatto di domande, ricerche ed eventi inquietanti fino al suo tragico epilogo.
Libro appassionante, angosciante e disarmante nella sua lucida analisi delle motivazioni soprattutto personali e non politiche che hanno portato l'attentatrice a compiere un tale gesto.
Molto suggestivo ed efficace riprendere, alla fine del libro, il filo iniziale dello stesso.
Il protagonista era un chirurgo e quindi insito in lui l'obbligo di salvare una vita umana. Se fosse stato un semplice operaio, impiegato o altro quale sarebbe stata la sua reazione, la sua scelta?
La sua sarebbe stata una lotta per la pace o per il martirio?

Morena



Incontro del 22/01/2011
La vedova scalza

di Salvatore Niffoi

Riassunto:
Siamo in Sardegna. Itriedda Murisca riceve un pacco da un postino impiccione: dentro, direttamente dall’Argentina, c’è un quaderno. Nel quaderno, scritto dalla zia Mintonia Savucco, c’è la storia di una vita in Barbagia, una vita piena di amore e dolore, di gioia e sofferenza, di delitti e vendette, di personaggi indimenticabili ed altri assolutamente crudeli. Dentro, insomma, ci sta la Sardegna primordiale, quella della gente semplice che risponde ad un codice di valori per noi lontanissimo e di conseguenza affascinante, sconvolgente e sorprendente.

Le prime righe:
Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spopolato e smembrato a colpi di scure come un maiale. Neanche una goccia di sangue gli era rimasta. Due lados che ad appezzarli non sarebbe bastato un gomitolo di spago nero, di quello catramoso che i calzolai usano per le tomaie dei cosinzos di vacchetta. Il cane girava intorno al nespolo e ringhiava impazzito dalla paura. Lo stesi sul tavolo di granito del cortile, quello che usavamo per le feste grandi, e lo lavai col getto della pompa. Le pispiriste incollate, grumi scuri nel concale, terra e paglia nelle costole, nella vrissura, mosche verdi dappertutto. Pthù! Maledetti siano quelli che gli hanno squarciato il petto per strappargli il cuore con le mani e prenderlo a calci come una palla di stracci!

Le vostre recensioni:

15/01/2011

La storia narrata in questo libro si svolge in Barbagia, in Sardegna.
Itriedda riceve un pacco dall'Argentina contenente un quaderno in cui la zia Mintonia ha scritto la storia della sua vita.
Tristezza, pena per la sua terra dove la natura è padrona, che emana profumi ma dove l'amore è sopraffatto dal dolore, dalla sofferenza, dalla vendetta.
Già i bambini sono ostili, astiosi; nessun vecchio ha un sorriso per un bimbo e nessun bimbo si aggrappa fiducioso alla mano di un vecchio.
Dio è uomo si dice nel libro, dovrebbe anche essere femmina e rappresentare speranza.
Questo libro invece non da' speranza, tutto è tristezza, senza rimedio.
Non c'è spensieratezza, gioia di vivere o di divertirsi, perfino le sagre di paese sono angoscianti, terrificanti con i loro canti martellanti,le maschere e i costumi paurosi.
C'è una drammaticità e un'asperità mitigate solo da una forma di liricità espressa in filastrocche poste al termine di ogni capitolo.
Il libro mi è piaciuto molto anche se per le forme dialettali la lettura non è sempre stata fluida.
Mi è stato inevitabile fare un confronto con la lettura gaia, spensierata, ironica di certi ns. scrittori veneti pur raccontando anche loro la povertà, la guerra, la superstizione.
Fra questa gente aspra, forte, come la loro terra manca un sentimento che forse si chiama solidarietà.
Morena

15/01/2011 La vicenda è ambientata in Sardegna, nella Barbagia e si snoda attraverso gli ultimi ottanta anni del secolo scorso. Racconta la storia tragica di Mintonia, la vedova del titolo, storia in cui si intrecciano amore, morte, gelosia, vendetta, tradimenti, soprusi e violenze. E anche se ci sono riferimenti storici precisi (ad esempio il fascismo), tuttavia sembra che lì il tempo si sia fermato e che il progresso non abbia minimamente scalfito usi e costumi sedimentati nei secoli.
Tutti noi abbiamo apprezzato la straordinaria capacità dell’autore di rendere vivi e palpabili i suoni, i colori, le voci della sua Sardegna in un italiano di grande raffinatezza. Tuttavia, l’abbondante ricorso a dialettismi, a qualcuno di noi ha reso particolarmente faticosa la lettura.
Giuliana
15/01/2011 Se dovessi condensare in due aggettivi questo romanzo, i primi che mi vengono in mente sono:
tragico (nel senso delle più grandi tragedie greche);
sublime (per la descrizione della terra sarda e di certi personaggi).
Non è stato di facile lettura per l’uso della lingua sarda, ma l’autore non avrebbe potuto fare altrimenti, ai fini della verosimiglianza.
Michela


Incontro del 11/12/2010
La storia di un matrimonio

di Greer Andrew Sean

Riassunto:
Siamo nel 1953, in un quartiere appartato e nebbioso di ex militari ai margini di San Francisco, e tutto nella vita dei Cook parla ancora della guerra: la salute cagionevole di Holland, i ricordi tormentati di lei, le loro abitudini morigerate e un po' grigie. Una vita per il resto normalissima, come sottolinea la voce ammaliante di Pearlie - mentre la sua testa scoppia di pensieri che forse, via via che si disvelano, preferiremmo non ascoltare. Eppure li leggiamo con avidità, rassicurati dal fatto che lei, palesemente, ha intenzione di dirci proprio tutto. Perché, allora, ci sentiamo invadere da un'ansia arcana, da un senso di vertigine e di? Non solo per il susseguirsi di colpi di scena che ci avvincono a ogni riga sino a condurci all'unico finale davvero imprevedibile. Non solo per l'uomo venuto dal passato, per la lettera che colpisce come un pugno, per i terribili segreti che si dischiudono a uno a uno...

Le prime righe:
Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo.
Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte la mattine: ero una moglie attenta.
Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, che cosa abbiamo capito?


Le vostre recensioni:

15/12/2010

Siamo in America, negli anni 50, dopo la guerra e le sue conseguenze.
Pearly, la protagonista femminile, conduce una vita matrimoniale tranquilla, forse un po' grigia, banale, abitudinaria.
Il bacio del marito prima e al rientro dal lavoro, i giochi con il bambino, l'whisky dopo cena e poi a letto, in camere separate, a causa del “cuore inverso” di lui.
– “Non sposarlo – Siamo nati in un'epoca sbagliata” - questo le avevano suggerito le vecchie zie del marito, ma lei non aveva ascoltato e si era presa cura di quest'uomo proteggendolo dagli eventi esterni, ricamando, ipotizzando e supponendo sui sui silenzi, sui suoi sguardi tristi, giustificandoli sempre.
Una visita improvvisa le cambierà la vita.
Un amico del marito le rivela di essere stato, durante la guerra, il suo amante e di non poter più vivere senza di lui.
Inizia così per Pearly un'analisi profonda di situazioni, fatti, sentimenti fino ad allora tenuti sopiti, forse per paura di quello che potevano rivelare.
E' una battaglia intima che Pearly combatte da sola perchè con questo suo marito sembra non ci siano dialoghi, scontri, discussioni, ma solo intuizioni fatti di sguardi, silenzi o piccoli gesti.
Difficile gestire un matrimonio così ma per amore tutto è possibile.
Libro che non tratta solo di una vita coniugale, ma evidenzia anche come certe problematiche quali l'omosessualità o il razzismo abbiano modificato il nostro pensiero nell'attuale società.
Libro interessante, dove la solitudine e la sofferenza intima si mescolano e si confondono in un tutt'uno creando l'illusione di una serena quotidianità.
Morena

12/12/2010 Il romanzo ha incontrato grande entusiasmo e ha stimolato discussioni animate soprattutto per le tematiche trattate, ma anche per la costruzione dell’intreccio che ricorda un po’ lo stile del thriller.
Il ruolo del narratore è affidato ad una donna che, arrivata ad un’età avanzata, rievoca le vicende drammatiche che l’hanno coinvolta.
E’ un romanzo d’amore ma anche di guerra e anche se quest’ultima resta sempre sullo sfondo,  incombe tuttavia continuamente e determina le vicende umane dei personaggi.
Ma forse il tema centrale  che percorre tutto il racconto è l’inconoscibilità dell’altro, condensato nella frase di inizio: “Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo”.
Giuliana
29/11/2010

Questo è un romanzo ricco e avvincente, anche se non di semplice lettura, a causa dei numerosi salti nella memoria della protagonista che è anche la narratrice. Il passato, la memoria diventano a volte spazi geografici, una terra dalla quale la protagonista si sente esiliata o che ha abbandonato volontariamente.
La scelta di un narratore in prima persona è naturalmente al servizio del tema centrale, quello cioè dell’impossibilità di conoscere completamente l’altro, tema comune a tanti scrittori almeno dall’inizio del ventesimo secolo.
Leggendo “La storia di un matrimonio”, infatti, mi venivano in mente in primis gli esperimenti di Virginia Woolf e James Joyce, ma anche Pirandello. La conclusione sembra essere che non solo ci è preclusa una completa conoscenza della realtà e degli altri, ma addirittura è impossibile cogliere inequivocabilmente e nella sua interezza il proprio sé, il proprio mondo interiore.
Ho sentito anche l’eco di Kierkegaard e del suo aut aut; Holland Cook sembra vivere secondo l’ideale del seduttore kierkegaardiano, incapace di compiere scelte definitive per non vedersi ridurre le infinite opportunità che il futuro riserva.
Quando Pearlie riflette sulle infinite vite parallele che esistono in potenza e rimangono nel limbo del possibile in seguito alle scelte che ogni individuo compie, sono emersi dalla memoria anche il romanzo “La donna del tenente francese” di John Fowles e il film “Sliding Doors”.
Il romanzo, inoltre, ha un carattere postmoderno per i numerosi momenti autoreferenziali, soprattutto quando Pearlie parla del suo racconto in termini di ciò che è, di ciò che è diventato nel corso della narrazione e di ciò che non è.
Ci sono infine dei momenti molto “cinematografici”, come quando, verso la fine del romanzo, il lettore ha la nettissima sensazione di vedere quasi al rallenty la scena attraverso gli occhi della protagonista, accompagnandola mano a mano che si rende conto che suo marito non se n’è andato con l’amante, ma – finalmente – ha compiuto una scelta ed è rimasto con la sua famiglia.
Michela


Incontro del 06/11/2010
Gli anni fulgenti
di Miss Brodie

di Muriel Spark

Riassunto:
Bontà, Bellezza e Verità: sono i dogmi dell'insegnamento di Miss Jean Brodie. Siamo a Edimburgo, negli anni Trenta, Miss Brodie ammette, con candida alterigia, che la sua unica vocazione sono le allieve, e l'unica missione farle diventare "la crème de la crème". Tanto zelo può persino indurla a cercare di trasformare le più dotate in doppi di se stessa e a scegliere una di loro per vivere in sua vece un amore che ritiene improprio soddisfare di persona. Tortuose collusioni psicologiche, tentativi di plagio, una passione repressa e goduta per interposta persona, il rigore calvinista di una crisi di coscienza: il libro è un labirinto psicologico ed insieme un congegno narrativo perfetto.
 

Le prime righe:
Parlando con le ragazze della Marcia Blaine, i ragazzi erano rimasti dall'altro lato delle biciclette con le mani sul manubrio, il che erigeva tra i sessi una barriera protettiva e creava l'impressione che i ragazzi potessero dileguarsi da un momento all'altro.
Le ragazze non potevano togliersi il panama perché i cancelli della scuola erano ancora in vista ed essere a capo scoperto andava contro il regolamento. Certe infrazioni in merito alla posizione del cappello venivano tollerate dalla quarta liceo in su, purché nessuna lo portasse sulle ventitré. Ma esisteva pur sempre una serie di sottili varianti alla regola che imponeva la falda all'insù sulla nuca e all'ingiù sulla fronte. E le cinque ragazze, vicinissime l'una all'altra per via dei maschi, portavano il cappello ciascuna con una precisa differenza…

Le vostre recensioni:

17/11/2010 All'inizio la figura di questa insegnante che applica metodi didattici alquanto innovativi per l'epoca mi piaceva.
Pensavo a come era coraggiosa tenere lezioni all'aperto, sotto un albero e non all'interno della solita classe; le davo ragione quando asseriva che la cultura non è un riempire di nozioni il cervello delle sue “bambine” ma al contrario è un aprir loro la mente attraverso esempi, ragionamenti.
Mi sbagliavo; man man che procedevo nella lettura mi facevo di questo personaggio tutt'altra idea.
Secondo il mio parere questa insegnante era solamente abile, furba, perfida, bugiarda e malata di egocentrismo.
Abile perchè riusciva a plasmare le menti delle sue allieve;
Furba perchè attraverso ragionamenti le manipolava;
Subdola perchè con le sue maniere gentili riusciva ad ottenere quel che voleva;
Bugiarda perchè si inventava storie d'amore che forse esistevano solo nella sua mente;
Malata di egocentrismo perchè quel suo ripetere “fulgente” implica una alta considerazione di se' stessa.
Una vera signora, come riteneva di essere, dovrebbe lasciare agli altri di esprimere apprezzamenti, in realtà lei si amava molto, si riteneva quasi perfetta e curava le sue “bambine” per indirizzarle verso un percorso che secondo il suo parere ben si adattava alle loro personalità.
Figura alquanto discutibile come insegnante.
Il libro in sé non mi ha molto entusiasmato, ma devo dare atto all'autrice del suo modo innovativo di scrivere.

Morena

   

Incontro del 02/10/2010
Quando ero un'opera
d'arte

di Eric-Emmanuel Schmitt

02/10/2010 QUANDO ERO UN’OPERA D’ARTE di Eric-Emmanuel Schmitt ha suscitato nel gruppo di lettura commenti molto vivaci e a volte contrastanti.
Si tratta di una specie di parabola, quasi una favola moderna, che permette all’autore, ex insegnante di filosofia all’università di Chambery, di trattare con grazia e leggerezza temi di grande attualità e di notevole spessore.
In particolare si parla dell’arte contemporanea che dà troppo spazio ai discorsi, ai concetti, alla filosofia dell’arte e troppo poco alle opere. In effetti il ventesimo secolo ha inventato l’artista senza opere,  che non fa nulla con le sue mani, al massimo concepisce delle provocazioni.  Si tratta di falsi artisti, truffatori che sanno fare molto rumore ma non producono opere e che trovano nei mercanti d’arte il megafono per arrivare a quotazioni assurde.
Ma si parla anche della bellezza dei corpi e di quanto si è disposti a pagare per ottenerla.
Altro tema che percorre questo romanzo è il rapporto tra l’essere e l’apparire, dove l’essere è sempre molto più complesso di quanto appare ed è un invito a diffidare delle certezze, delle ideologie fisse.
Giuliana Cavion
 

Incontro del 29/05/2010
Strappami la vita

di Angeles Mastretta

07/09/2010 La vicenda si svolge in Messico, dopo la rivoluzione, negli anni 1930-40.
Catalina, la protagonista femminile, va in sposa, ancora adolescente, ad un uomo che ha il doppio della sua età, senza scrupoli e che non esita a ricorrere a crimini e a soprusi per perseguire le sue ambizioni politiche.
Inizialmente è attratta dalla forte e prorompente personalità del marito e si lascia così plasmare secondo la sua volontà.
Lo compiace e lo segue nel suo percorso facendo finta di niente, lasciandosi solo sfiorare dalle voci dei numerosi tradimenti e dei fatti delittuosi del coniuge.
Le note di un famoso tango “Strappami la vita” la riscuotono e le fanno conoscere la vera passione, l'amore ma anche, fatalmente e tragicamente, il dolore.
Catalina, donna inquieta, istintiva, scaltra, vittima ma inesorabilmente anche complice della crudeltà e della subdola prepotenza del marito.
Libro privo di riflessioni interiori, di approfondimenti storici, stilisticamente povero e culturalmente amorale.
Nella riunione è stato definito una metafora della società messicana, dove tendenzialmente si tende a sopravvivere; non ho capito però se il messaggio è stato lanciato intenzionalmente dalla scrittrice o semplicemente è il suo modo superficiale di scrivere.

Morena
   

Incontro del 24/04/2010
"Accabadora"

di Michela Murgia

18/04/2010
Nella mia scorsa recensione concludevo con una citazione dal Macbeth di Shakespeare; anche ora attingo all’inesauribile repertorio del grande poeta per aprire questo mio pensiero sul romanzo di Michela Murgia.
Ancora una volta sono battute del Macbeth, dove le tre “strane sorelle” (tre streghe) recitano
“Fair is foul and foul is fair” “Il bello è brutto e il brutto è bello”

e poco dopo Macbeth fa loro eco affermando

“So foul and fair a day I have not seen” “Mai ho visto un giorno talmente brutto eppur così bello”

A questo passaggio ho pensato leggendo la scena dell’incipit dove Maria, bambina, impasta una torta di fango: “bello come lo sono a volte le cose cattive”, e la cattiveria consisteva nell’aver amalgamato al fango delle formiche vive.
Viene allora da pensare che può valere anche il contrario, vale a dire “brutto come lo possono essere a volte le cose buone”, nel senso di ispirate dalla bontà.
Questo è senza dubbio un romanzo che interroga su una questione assai attuale: cosa fare di fronte alla sofferenza di una persona cara, quando si sa per certo che non esiste possibilità di miglioramento? Porvi fine è un atto di pietà, oppure è da considerarlo un assassinio?
In questa domanda si intravede anche una delle dinamiche interne al romanzo, dove due diversi mondi entrano in conflitto: da un lato la generazione dei padri e delle madri, con le sue tradizioni secolari intrise di credenze e in parte di superstizioni, e dall’altro la generazione dei figli e delle figlie che, allontanandosi da quelle tradizioni, considerano il gesto dell’accabadora (brutto in sé, ma “buono” agli occhi di chi chiede all’ ”ultima madre” di compierlo) un omicidio.
Quando non si è direttamente coinvolti è facile giudicare ed emettere sentenze, come fa Maria, quasi con un arrogante senso di superiorità (quello della generazione “progredita” contro quella superstiziosa dei più anziani), nel momento in cui scopre qual era il motivo delle misteriose uscite notturne di Tzia Bonaria.
Profeticamente quest’ultima aveva ammonito Maria a non dire “mai”, e infatti Maria alla fine tornerà sui suoi passi quando dovrà decidere cosa fare di fronte alla sofferenza apparentemente senza fine della donna che l’aveva accolta come fill’e anima.
Prima di giungervi però Maria vive le sue guerre, quelle guerre per le quali Bonaria aveva voluto armarla insistendo affinché non sottovalutasse l’importanza della cultura che deriva dall’amore per lo studio.
L’equilibrio della relazione di profondo rispetto, totale fiducia e affetto, e addirittura di amore, tra Bonaria e Maria è infranto per lo stesso peccato che ha condannato Adamo ed Eva alla perdita del Paradiso Terrestre, questa volta però a causa della curiosità di un uomo, Andrià, che vuole scoprire se veramente gli spiriti dei defunti visitino le case dei vivi. Proprio lui vede Bonaria porre fine alle sofferenze del fratello Nicola e, sconvolto, non riesce a fare a meno di dirlo a Maria. La fuga dall’isola verso il continente le sembra l’unica soluzione. Proprio sul continente, a Torino, la ragazza sperimenterà per la prima volta, anche se in forma “larvale” e metaforica, il ruolo di accabadora; ascoltando la confessione di Piergiorgio, aiuta il ragazzo a liberarsi di un peso mortale e a “rinascere”, proprio come l’ultima madre aiuta a venire al mondo e accompagna anche durante l’ultimo viaggio (come si legge alle pagine 116-117).
Un’altra fuga è il ritorno al paese in Sardegna, anche se il motivo può sembrare la lettera che la informa dell’infermità di Bonaria; l’anziana accabadora sembra decisa a non lasciare la presa su questa vita – anche se il suo corpo ormai è più morto che vivo – fino a quando Maria non capisce che non si deve mai dire mai e giudicare avventatamente come aveva fatto in passato. Di fronte allo strazio della sofferenza riemergono tutte le antiche tradizioni e credenze e Maria accoglie l’eredità della sua “madr’e anima”.

Michela

   

Incontro del 20/03/2010
"Le braci "

di Sandor Marai

31/03/2010
E’ il romanzo di un’amicizia tenacemente e lungamente coltivata ed altrettanto bruscamente interrotta. O meglio, sospesa, visto che per quarantuno anni la comunicazione tra i due amici è completamente assente, ma sotto il fuoco spento delle passioni permangono ancora le braci.
A tenere vivide queste braci è il desiderio del protagonista di conoscere la verità su un passato lontano e di vendicarsi del tradimento dell’amico.
La seconda parte del romanzo è tutta incentrata proprio su questo incontro che si risolve in un unico, lungo, penetrante monologo del protagonista.
E’ un romanzo denso, un autentico capolavoro per la profondità con cui analizza le passioni umane, per la raffinatezza delle descrizioni, per l’impeccabile vivezza dei personaggi. Ha ricevuto grandi consensi da parte del gruppo.
Giuliana Cavion

23/03/2010
Libro coinvolgente, introspettivo e raffinato.
Tratta del sentimento dell'amicizia fra due uomini.
Uno, di ricca famiglia , intraprende la carriera militare per tradizione; apprezza ed onora tutto ciò a cui un soldato deve adempiere.
L'altro, invece, entra in accademia per scelta obbligata, per ridare lustro alla sua famiglia. Nel suo intimo non sarà mai un vero soldato, la sua sensibilità lo porta ad amare la musica, passione che può rivelarsi pericolosa.
Ad un certo punto della loro vita succede un fatto che li coinvolge e li divide.
Si ritroveranno, per un'ultima volta, dopo 41 anni, davanti ad un caminetto per analizzare, sezionare in un lungo, tormentato, incalzante e compassato monologo, questa loro amicizia nata quando erano fanciulli, successivamente cresciuta, consolidata, tradita per una donna ma che ancora fatalmente arde come una brace.
Tutte le parole sembrano alimentare un fuoco di passioni diverse, dall'amore all'odio e alla fine, quando tutto viene chiarito, si comprende che è tutto inutile.
“L'uomo comprende il mondo un po' alla volta e poi muore”.
L'autore oltre ad essere molto abile nello sviscerare i sentimenti, colpisce per la sua particolarità nella descrizione . Curiosa è la sua definizione del castello definito “Mausoleo di pietra, dove languono le ossa di intere generazioni....le maniglie delle porte conservano il tremito di una mano, l'emozione di un attimo...”
e del bosco, paragonato al cuore dell'uomo, nell'istante ,pieno di mistero, in cui si passa dalla notte al giorno.
Un libro certamente da rileggere.
Morena

11/03/2010
Un libro che non esiterei a definire un “classico” nell’accezione di opera che riesce a parlare agli uomini e alle donne di tutte le epoche.
Un libro nelle cui pagine mi sono immersa con particolare piacere, nonostante l’attuale scarsezza di tempo da dedicare alla lettura di svago. Lo stesso piacere che deriva dall’assaporare un brano di musica conosciuto che fa riemergere ad ogni ascolto emozioni già note eppur sempre nuove.
Sì, perché pur essendo il primo libro di Marai che ho letto, fin dalle prime pagine ho sentito l’eco di altre opere da me lette ed apprezzate.
A parte sprazzi de “Il Bastone a calice” (per la figura della balia, in Marai Nini, ne “Il Bastone a calice” Maria) e di “Rosso Vermiglio”, il primo pensiero è corso a Narciso e Boccadoro di Hesse soprattutto per la contrapposizione tra le due nature dei protagonisti: Henrik razionale, fedele ai valori della cultura della Vienna di fine diciannovesimo secolo, che sceglie di non allontanarsi dal suo castello, quasi come se volesse pietrificare tutto quello in cui ha creduto e che l’ha aiutato a sopravvivere in attesa di quella che lui chiama vendetta e Konrad, spirito libero e artistico, vicino al dionisiaco rappresentato dalla musica, che sceglie di fuggire verso paesi non solo fisicamente ma soprattutto mentalmente lontani.
Il richiamo più evidente resta tuttavia quello con “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad (un altro scrittore espatriato), un libro che per me ha un valore particolare, in quanto ha segnato il passaggio da un tipo di lettura superficiale, ignara dei meccanismi che regolano l’opera narrativa, ad una lettura più consapevole e in grado di riconoscere tra le parole il lavoro e la presenza dell’autore.
Come nell’opera di Conrad, anche qui i personaggi che intraprendono il viaggio mentale sono immersi nell’oscurità, metafora delle tenebre dell’animo umano che si diffondono anche nella realtà storica. Anche qui c’è un personaggio, Konrad/Kurtz che entra a contatto con “l’orrore” – l’ambiente che agli occhi degli occidentali del secolo scorso appariva selvaggio, privo cioè delle norme su cui si fondava la civiltà da cui provenivano - e ne viene irrimediabilmente contaminato.
E’ un’opera a più livelli, postmoderna ante litteram (visto che è stata pubblicata per la prima volta nel 1942), perché accanto alla storia dei tre protagonisti c’è una continua riflessione metaletteraria sul valore e il ruolo delle parole, sull’impossibilità di raggiungere la verità ultima perché tutto è narrazione sempre parziale di un narratore non onnisciente.
Dal punto di vista strutturale, la narrazione in terza persona presenta – come in “Cuore di Tenebra” – una cornice esterna collocata al momento dell’incontro tra i due anziani amici dopo quarantun anni (14 agosto, forse del 1939 o più probabilmente del 1940) all’interno della quale si colloca il viaggio nella memoria che è allo stesso tempo un viaggio nell’anima.
Ad un certo punto (a pagina 73 dell’edizione Adelphi) si passa bruscamente dal passato remoto e imperfetto al presente storico. Forse l’autore vuole “trascinare” vigorosamente il lettore, perchè partecipi allo sforzo della ricerca della verità, all’interno della lunga scena durante la quale si svolge il monologo del generale, un discorso preparato con precisione maniacale nel corso di quei lunghissimi quarantun anni.
Alla fine c’è la rinuncia a tale verità (il generale brucia il diario della moglie senza leggerlo) perché della passione che tanto ha segnato la loro vita (come pure dell’epoca che li aveva plasmati) sono rimaste solamente le braci e alle braci seguirà ben presto la cenere.
Sembra di sentire la voce di Shakespeare che nel suo impareggiabile Macbeth dichiara


“Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow
Creeps in this petty pace from day to day
To the last syllable of recorded time,
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out brief candle,
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.”
Domani, e domain e domani
striscia a piccoli passi di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo di cui si ha memoria
e tutti i nostri ieri hanno illuminato agli sciocchi
la via fino alla polverosa morte. Suvvia, spegniti piccola candela
la vita non è altro che un’ombra ambulante, un povero attore
che avanza impettito e si agita per il tempo che gli spetta sul palco,
e di cui poi nulla più si sente. E’ una favola
raccontata da un idiota, piena di rumore e di furia,
Ma priva di significato
Michela

   
   

Incontro del 13/02/2010
"Il libro delle illusioni "

di Paul Auster

18/02/2010
Il racconto si presenta con una struttura a scatole cinesi, nel senso che contiene molte storie correlate tra di loro da una fitta serie di rimandi, analogie, vite parallele. Il tutto è condotto con mano ferma e chiarezza espositiva per cui non restano dubbi sulla comprensione letterale del testo.
Ci siamo chieste piuttosto a quali illusioni faccia riferimento il titolo. L’illusione della felicità che si perde un attimo prima di raggiungerla, o appena raggiunta? L’illusione di continuare a vivere in un’opera d’arte? Non per niente una buona parte del libro è incentrata proprio sul cinema che si può considerare la più grande forma artistica di illusione che simula perfettamente la vita vera.
Infatti, paradossalmente, uno dei protagonisti vive la sua vita più autentica solo all’interno della finzione cinematografica. Al di fuori di questa, il personaggio vive nell’angoscia di una identità sempre oscillante, sull’orlo dell’annichilimento.
Romanzo complesso e appassionante, anche se qualcuna di noi ha avanzato riserve.
Giuliana Cavion

16/02/2010
Hector Mann è un attore del cinema muto degli anni '20 con una promettente carriera.
A seguito di un suo criminoso comportamento fugge e vive sotto altre identità in diversi paesi per molti anni anche se tutti lo credono morto.
David Zimmer è un docente di letteratura la cui famiglia muore tragicamente in un incidente aereo.
Due vite, due mondi doversi in epoche diverse che però si incontreranno.
Filo conduttore sarà un libro.
D. Zimmer infatti, per superare la sua disgrazia, scrive un libro su H. Mann cogliendone in pieno la personalità e traendone contemporaneamente stimolo per continuare a vivere.
La vera storia però di H. Mann, piena di avventura e intrighi, sarà raccontata da una scrittrice in un altro libro che tuttavia non verrà mai pubblicato.
Infine un libro, nel contesto di un film di H. Mann, le cui pagine vengono bruciate ad una ad una per far ritornare in vita la propria amata, nonché musa ispiratrice.
Speranza o Illusione?
Il cinema è illusione, la vita è illusione, il libro stesso è un'illusione.
L'unica certezza è l'arte perchè in essa è intrinseca l'illusione stessa.
Morena
   

Incontro del 09/01/2010
"A voce alta "

di Bernhard Schlink

16/01/2010 E’ un romanzo che cattura fin dalle prime pagine per la finezza psicologica con cui l’autore scandaglia quel guazzabuglio di passioni, sentimenti, sogni, paure, vergogne….che è il cuore umano.
Tutto ha inizio e tutto ruota intorno ad una storia d’amore alquanto insolita, nella Germania del secondo dopoguerra.
A questo tema poi si intreccia anche quello dei campi di sterminio, della responsabilità individuale e collettiva, della funzione della memoria e della Storia, del bisogno di giudicare e al tempo stesso di comprendere.
Se un lettore chiede ad un libro la parola definitiva, la verità illuminante, non legga questo romanzo; se invece cerca spunti di riflessione e approfondimento  si sentirà gratificato.
Giuliana
16/01/2010 Quando si tratta di argomenti quali il nazismo, il lager, lo sterminio degli ebrei è inevitabile tracciare una linea netta fra il personaggio buono e cattivo.
Anche in questo romanzo c'è un protagonista (femminile) "cattivo" e a dire il vero il personaggio non fa nulla per rendersi simpatico al lettore, anzi è scostante, scorbutico, duro.
Hanna, la protagonista, in gioventù è stata guardiana in un lager, ferrea nella disciplina, ubbidiente alle regole ma con un'unica debolezza: prima di mandare a morire i condannati più cagionevoli di salute e che pertanto non potevano lavorare, li teneva con se' per il tempo possibile per farsi leggere dei libri.
Hanna infatti è analfabeta ma non lo vuole far sapere a nessuno e questa sua intima vergogna condizionerà in maniera determinante la sua vita e quella delle persone che le saranno accanto.
Al termine della guerra, ormai donna sulla trentina, incontrerà un adolescente e intreccerà con lui una relazione che segnerà profondamente l'uomo che lei chiamerà fino all'ultimo "ragazzino".
Il romanzo pone molti interrogativi soprattutto su ciò che è giusto o ingiusto, su ciò che è bene sapere o tacere, sull'utilità di conoscere o non conoscere tutti gli orrori avvenuti nei campi di concentamento ma soprattutto pone una domanda "cosa avrei fatto io al suo posto?".
E' facile condannare, come è giusto conoscere la verità, ma noi chi siamo per farci giudici di comportamenti di cui conosciamo solo una piccola parte?
Verità, giustizia non sempre devono essere gridate al mondo a volte basta solo conoscerle nel proprio cuore.
Morena
   

Incontro del 28/11/2009
"Memoriale del convento "

di José Saramago

05/12/2009 Memoriale del convento, di Josè Saramago, non è sicuramente un libro da leggere d’estate sotto l’ombrellone.
Contenuto e forma richiedono infatti un approccio paziente e un’assunzione in dosi omeopatiche, se si vuole assimilarlo e gustarlo a fondo.
E’ stato definito dal gruppo di lettura con vari aggettivi: poetico, faticoso, ridondante, caotico, avvincente, denso, profondo, pesante, concitato, barocco, romantico, triste……
Tutti comunque abbiamo concordato nel definirlo un libro importante e c’è già una di noi (Caterina) che lo sta rileggendo con calma.
Colpisce anche in questo libro l’ironia sulfurea, dissacrante che lo percorre quasi da cima a fondo e che ha come bersaglio il potere politico e quello religioso.
Giuliana Cavion
01/12/2009

Narra la storia della costruzione di un convento, del come e del perchè si è arrivati a voler erigere un nuovo convento.
La vicenda si svolge al tempo dell'Inquisizione in Portogallo e riporta fatti realmente accaduti, storicamente documentati (auto da fe, ammissioni pubbliche dei peccati con relativa punizione o assoluzione).
I protagonisti principali sono tre:

  • Baltasar o Sette Soli un reduce della guerra, monco di una mano, semplice e fiducioso; se la Chiesa gli dice di credere, lui crede, se il prete gli dice che anche Dio è monco come lui, lui crede;
  • Blimunda o Sette Lune, una donna dagli strani poteri, dotata di una intelligenza pronta , vivace, pratica.
    La coppia vive insieme pur non essendo sposati,senza porsi tanti problemi cosa un po' strana considerato il periodo storico, sono molto in sintonia fra loro anche senza tante parole. A vole per comprendersi basta uno sguardo, un'intesa, non è necessario conoscere da dove si viene, cosa fanno i genitori, dove vivono ecc. Non si ama di più una persona se si conosce il suo contorno.
  • Padre Bartolomeu Lourenco, un prete dotto, studioso, accademico.Pieno di conflitti interiori, dubiterà d Dio, della Trinità,non distinguerà più le verità espresse nel Pentateuco, nel Corano ...Questa confusione mentale lo porterà inevitabilmente alla pazzia e all'accusa di eresia.

I tre personaggi, insieme, tenteranno di costruire un uccello volante.

La lettura di questo romanzo non è stata facile. L'autore narra con periodi troppo lunghi; in alcuni casi questi sono necessari e di effetto come nel caso della descrizione del corteo regale o delle processioni, ma il più delle volte creano confusione per il lettore perchè intrecciano troppe considerazioni.
Si avverte una sottile ironia nei vari temi trattati (ad es. la giustizia :si tende ad allungare i tempi per trovare il vero colpevole) cosa più che mai attuale! - oppure nella penitenza o assoluzione dei peccati (ti puoi benedire da solo, i peccati li avrai senz'altro scontati in qualche altra maniera oppure per tutti ci sarà alla fine del mondo una grande assoluzione o un grande castigo per tutti!).
Il romanzo non è solo il memoriale di storie, fatiche, dolori di uomini che hanno contribuito ad erigere il convento per la grandezza e vanità del re ma anche il memoriale di un amore, di un forte legame di due persone che altro non hanno voluto che essere se stessi.
Morena

Incontro del 17/10/2009
"Mille anni che sto qui"

di Mariolina Venezia

18/10/2009 Per 3/4 la lettura del libro è piacevole e scorrevole, mentre l'ultima parte è confusa e non ben definita. Forse dipende dal fatto che l'autrice ha impiegato 6 anni per ultimare il romanzo e forse nel frattempo è mutato anche il suo modo di scrivere.
I libro è una saga di una famiglia della Basilicata.
Vengono evidenziati quelli che si possono considerare i caratteri standard dei meridionali:
la sottomissione delle donne al maschio, la rassegnazione, il desiderio del figlio maschio, l'onore, le donne che spettegolano nascoste dietro le finestre e i loro scialli neri...
Tutto procede da mille anni sempre nella stessa maniera e questo fatto è in qualche modo rassicurante perchè ogni cosa trova la sua giusta collocazione, ti rassicura in qualche maniera.
Ogni cambiamento viene visto sempre con sospetto.
Il senso del libro sta forse proprio nel titolo: Gioia, la protagonista, unica voce stonata nel coro in quanto non si sente parte integrante della terra natale, vive le vicende della sua famiglia attraverso i racconti della nonna Concetta, di volta in volta sempre più arricchiti di particolari.
E ora, pur essendo trascorso più di un secolo di storia e di vicende che hanno trasformato la realtà, vede che si, in effetti molte cose sono cambiate, ma altre sono le stesse come i pregiudizi, la superstizione, l'onore .....
Oggi è quasi come mille anni fa.
Morena
   
   

 

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2011-2012